JOHN LENNON

Il 9 ottobre 2021 John Lennon avrebbe compiuto 81 anni. Lennon, che lo dico a fare, era uno dei Fab Four, i Beatles, i quattro ragazzi che hanno cambiato la storia della musica. Era l’autore di molte delle canzoni di quella rivoluzione, l’artista che ha influenzato il mondo tramite la sua musica, le sue poesie. Anche il suo abbigliamento.Lennon voleva andare oltre l’ambito musicale, usando la propria influenza mediatica per invocare e sostenere la pace. Non l’assenza della guerra, ma la pace che viene dall’unione degli interessi comuni degli uomini. Riuscì, però, giusto a piantare un seme di speranza prima che potesse realmente fare la differenza. La sua vita è stata recisa, quasi 41 anni fa, l’8 dicembre 1980.Il mio problema con Lennon è che è diventato un personaggio dai contorni mitici. Pensiamo solo a “Imagine”. Per tutti è una bella canzone risplolverata ogni natale. Invece è una canzone chiaramente politica. Lo stesso Lennon la descrisse come “virtualmente un manifesto del comunismo” (sarà anche per questo che finì sotto controllo della CIA?). Anche se Lennon dal comunismo prendeva le distanze, qualcuno lo ha preso molto più alla lettera; ricordate l’intervista con Forrest Gump? Chissà se oggi questa canzone mantiene il suo spirito pacifista o invece, come affermano alcuni detrattori, rappresenta solo un inno all’omologazione mondialista. Chissà se ispira ancora le coscienze, o solo acquisti natalizi.Come la cronaca ci dimostra, la presenza dell’uomo che ebbe il coraggio di lasciare i Beatles è ancora calda, ma il suo spirito? Chi ha preso il testimone di Lennon? Bono? Clooney? Tutti troppo politically correct, probabilmente. Non me li vedo portare avanti una vera protesta ignorando ogni decenza mentre sono al vertice della loro carriera. Forse sono un idealista, ma Lennon me lo vedo a esultare sul muro di Berlino mentre viene fatto a pezzi. Lo vedo con l’uomo di piazza Tienanmen, alla testa della rivoluzione cantata. Nella rivoluzione arancione, nelle rivoluzioni arcobaleno, forse anche nella primavera araba. Me lo vedo a testa bassa, cupo, sul suo pianoforte durante le Guerre del Golfo, o in Palestina. Forse l’avrebbe alzata quell’11 settembre a New York.Io lo voglio immaginare ancora vivo, tra di noi, come nel film Yesteraday (correre a guardarlo), forse stanco della guerra e della lotta. Forse addirittura ritornato un po’ bambino come tutti dovremo, prima o poi. Me lo vedo li, mentre a qualsiasi nostra domanda risponde semplicemente: All I need is love, love, and love is all we need.Sarebbe un bel compleanno, John.

Cuori a Kabul

Cuori a Kabul è un libro corale di un gruppo di scrittori straordinari che ho conosciuto per caso. Sono prosa e Poesie per l’Afganistan, una risposta collettiva, di pancia, per non restare inerti di fronte alla tragedia che si è consumata sotto i nostri occhi.
Complimenti a Pietro Fratta, promotore dell’iniziativa e a tutti gli scrittori.
Il ricavato del libro sarà destinato a Emergency per sostenere il suo aiuto fattivo alla popolazione afgana.

https://www.mondadoristore.it/Cuori-Kabul-Poesie-Pietro-Fratta/eai978889372151


Caos, on porpuse

Il treno Milano-Lecce d’agosto puzzava di umanità, povera, emigrata, che tornava a casa ad agosto, ammucchiata ovunque ci fosse spazio. Nel corridoio, seduto a terra, schiacciato, stavo tra mia madre e un ragazzone che avrà avuto vent’anni. Non ero mai stato così vicino a un estraneo prima, con tutti quei capelli e un barbone come ne vedevi solo al cinema. I ricci gli si allargavano sulla testa, per poi ricomporsi magicamente, ogni qualvolta scuoteva la testa per accompagnare quella musica strana che usciva dal suo mangianastri. Ogni mezz’ora girava la cassetta, che girava e girava all’infinito. Noi vicini sentivamo, sopportavamo tutto, di tutti. I sobbalzi, il caldo, la puzza e il sudore tra le nostre pelli. La musica erano suoni strani, veloci, che insieme al rumore delle ruote sulle traversine dei binari, mi sembravano solo un caos. Lo fissavo, il ragazzo, confuso da quella musica, come un ignorante. E ignorante come un bambino. Mi dice che era jazz. Gli dico che non capivo. Mi risponde che non ero il solo, che certi capivano il jazz solo soffrendo. Altri, invece, non lo avrebbero capito neppure ascoltandolo mille volte. “Per me è solo caos”, confesso io. Lui se la ride: “caos si, ma on porpuse”. Restammo in silenzio a lungo, quanto il viaggio, anche dopo che le pile, scariche, ci lasciarono solo ai rumori del treno a farci compagnia. Scese prima di, forse Ancona. “Ti auguro di non capirlo mai”, mi disse girandosi appena prima di scendere le alte scale del Milano-Lecce d’agosto.

Leggere

#BinariDispari – Noam Chomsky disse: “Leggere un libro non significa solo sfogliare le pagine. Significa riflettere, individuare le parti su cui tornare, interrogarsi su come inserirle in un contesto più ampio, sviluppare le idee. Non serve a niente leggere un libro se ci si limita a far
scorrere le parole davanti agli occhi dimenticandosene dopo dieci minuti. Leggere un libro è un esercizio intellettuale, che stimola il pensiero, le domande, l’immaginazione.”

Io sono più terra terra, non so controllare la forma della parola (l’ho imparata 5 minuti fa sta cosa della forma), sono un po’ depresso, soffro di palesi crisi ossessive compulsive, so cosa significa comprare decine di libri alla volta che resteranno ferme sugli scaffali per anni, so cosa significa amare qualcosa e poi esserne disgustato, so cosa significa stare alzati fino a tarda notte ogni notte alla ricerca di qualcosa che non c’è, so cosa significa leggere due libri la settimana e poi stare senza leggere per anni.

la dico in un altro modo.

Un libro è come un cibo prelibato ad un costo irrisorio. L’alta accessibilità forse ci spinge ad un consumo spasmodico ingordo compulsivo del piatto, e poi di un altro e poi ancora. Dopo un po’ non ci importerá neppure più della qualità del piatto. Ne vogliamo solo di più, piú velocemente. Lo vogliamo più economico, più accessibile. E così diventiamo obesi.
Ecco, diventiamo obesi di libri, mai sazi, ma vuoti, senza saper discernere ne apprezzare, senza vero nutrimento. Se il corpo resta senza vero nutrimento ne chiederà ancora, ad un certo punto il nostro cuore, invece, dirà basta.