La memoria dei sensi

L’acqua sgretola la stradina di campagna da anni. Gli argini avanzano verso la mezzeria come a conquistare una collina. L’auto serpeggia esperta a velocità folle. Lo specchietto destro è saltato contro un ramo troppo curioso. Non importa. Il cavalcavia in costruzione è ormai visibile oltre la rotonda. Come giochi di luci natalizie, una freccia lampeggiante mi acceca mentre mi avverte di svoltare a destra. Le sospensioni arrivano a fondo corsa contro il cordolo. Dei nastri di plastica si appiccicano sul parabrezza. Sento le barriere di metallo incastrarsi sotto il fondo dell’auto. Sono certo che sfolgorano sul cemento. Peccato vedere solo pochi riflessi, mi sarebbero piaciute. I dischi abrasivi che tagliano l’acciaio mi affascinano. Le scintille sulle gambe fanno paura, come la prima volta che si fa l’amore. Inalare profondo l’odore di metallo bruciato. Mi piaceva l’inerzia della smerigliatrice che resiste ai cambi di direzione. Il perché l’avevano spiegato a scuola. Non saprei ripeterlo, ma è come per la bicicletta, che resta in piedi solo se girano le ruote. La fisica ha il gusto della magia.L’auto oltre il cavalcavia, cade con eleganza. E punta il torrente. Essere senza peso ha il sapore di un nodo allo stomaco. Anche il primo bacio. La sberla sorda degli airbag mi mette in una pausa senza misura. Sono riverso su un fianco, pieno dei frammenti del finestrino. Il petto è schiacciato tra il sedile e il volante, ma il diaframma è libero di far scorrere ossigeno nei polmoni. Qualcosa di forte e pungente mi blocca le gambe. Il cuore batte ancora, ma risuona d’impotenza. L’acqua è rumorosa appena sotto il vetro infranto. Fredda e limpida. L’avessi saputo prima, avrei costruito una zattera sulla quale sdraiarsi. Sarei rimasto ore ad ascoltare l’acqua scivolare tra i sassi. Ancorati alla loro convinzione di appartenere a quell’angolo del fiume, li avrei guardati consumarsi poco a poco. Fino a diventare trasparenti alle correnti. Lucenti al sole. Pronti a rimbalzare una due dieci volte sul pelo dell’acqua, senza scomporsi. Il primo salto di un sasso lanciato sul fiume, è un fremito di conquista. E di invidia.Anche i salmoni sanno rimbalzare in pochi centimetri d’acqua. Si inerpicano per fiumi, torrenti e ruscelli. Non si limitano a nuotare. Lottano, scintillanti e atletici, anche nelle pozzanghere. Per sopravvivere fuggono dalla propria terra. Senza rinnegarla, vi fanno ritorno. Più e più volte, fino a quando non muoiono, sfiniti. Mi correggo, l’invidia ha il colore dei salmoni.Le lamiere nelle gambe mi pungolano continuamente, come un cilicio. Ogni tanto una goccia cade nell’acqua. Mi tiene sveglio quando vorrei dormire. Ci metto un’eternità a capire che è il mio sangue sfuggito ai pantaloni, ormai zuppi. Mi sento un rubinetto difettoso. Andrà per le lunghe la cosa. Il terrore ha il sapore della vergogna di sopravvivere.”Mi sente?”. Pausa. “Mi sente?”, ripete qualcuno lì fuori. “Ho chiamato i soccorsi. Saranno qui a momenti!”. Cosa ci fa questo tizio in mezzo al nulla proprio sabato notte? Questo sfigato eroe di provincia, non ha una vita sua? Una ragazza da scopare o una madre da accudire? So che la vendetta odora della sua auto che brucia.I suoi passi affondano mentre mi gira attorno e del pietrisco viene scagliato contro il tettuccio. Fa lo stesso rumore della pioggia sul tetto sottile della mia vecchia casa. Quella a cui non faccio mai ritorno. Dal portone alla chiesa c’erano quaranta gradini in cinquanta metri dentro uno stretto budello di case. La pioggia non poteva che rimbalzare sulle pietre e ingrossarsi man mano che scivolava verso di noi. Io mi affacciavo alla porta a guardare l’acqua scrosciare sugli ultimi scalini della fessura che chiamavano strada. Se provavo a risalire quella corrente, eccitato dall’impresa, mia madre mi urlava dietro. “Ti ammazzerai su quei gradini. La corrente ti porterà via”. Ecco, il salmone odora di orfano.Ora i sassi contro la carrozzeria sono una tempesta di grandine vera e propria. I lampeggianti e le sirene sono dei crescendo sullo spartito. Sono arrivati i soccorsi. Un vecchio amico, Andrea, mi raccontava di quando lavorava al 118. Del cameratismo in ricovero. Gli orrori degli incidenti in moto. Quanti incubi per quel piede che non si trovava proprio. Le loro surreali conversazioni, sapevano di sacro e profano. “A noi non interessa perché sia finito così. Siamo qui a capire come farlo vivere”. Il dovere era sordo, come l’assenza di frenate prima del precipizio. L’emergenza ha l’odore acre dei fuochi di segnalazione lasciati a terra.Continuano a chiamarmi, ma io resto zitto e immobile. So che è solo un trucco per farmi uscire allo scoperto. È come quando giocavo a nascondino. Una volta sono rimasto nascosto nel buio di una cantina un intero pomeriggio, fino a sera. Me ne stavo schiacciato nell’incavo tra la porta spalancata e il muro. Trattenevo il respiro a ogni passo che sentivo avvicinarsi. I miei amici mi rividero solo il giorno dopo. Mi accusarono di essermene andato a casa. La verità è che nessuno ha mai creduto al mio coraggio. Amo nascondere la verità tra le righe di luce che filtrano da una tapparella. A volerlo, basterebbe mettere a nudo le proprie paure per smascherarmi. Allora meglio darmi del bugiardo. I segreti frizzano di bollicine, ma sono insipidi come la solitudine.”Mi sente? Ora stabilizziamo l’auto e iniziamo ad aprire un varco per raggiungerla!”. Al primo scossone, un nuovo dolore alle gambe mi coglie di sorpresa. Mi sfugge un lamento, e insieme qualcosa di caldo si riversa sulla mia pelle. Le gocce di sangue ora sono un rivolo sempre più consistente. L’istinto mi fa muovere di più. Inizio a tremare. Qualcuno mi ha sentito, e invoca il silenzio. Il pallido bagliore del cielo prima dell’alba rischiara l’acqua del ruscello sotto di me. E in quel momento in cui tutto tace, il gusto di fatica finalmente sparì.

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